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Mangia bambina mia

D - Gentile dottore, mia figlia dodicenne ha cominciato a non mangiare per paura di ingrassare. Sono molto preoccupata. Può aiutarmi a capire cosa sta succedendo?

 

R - Come scrive J. Rifkin nel bel libro “Ecocidio” mentre nei Paesi sottosviluppati milioni di persone muoiono di fame, nei Paesi ricchi si muore sempre di più di malattie cardiovascolari perché si mangia troppo e male, con abbondanza di grassi e carne rossa.
E si diffondono, lungo un continuum che va dal disturbo lieve a quello grave come l'anoressia mentale (perdita dell'appetito e di peso, paura di diventare grassi) o la bulimia (mangiare troppo, paura di non essere capaci di smettere) i cosiddetti disturbi del comportamento alimentare. Questi disturbi sono più frequenti fra le adolescenti ma si segnala un loro aumento anche fra i maschi, i bambini e gli adulti.
La perdita o l'aumento di peso, il vomito coatto, l'amenorrea, sono sintomi vistosi ma generici, dietro ai quali si possono trovare situazioni psicologiche molto diverse: squilibrio psicofisico occasionale, quadri nevrotici o addirittura psicotici (situazioni, queste ultime, dove vi è un distacco del soggetto dalla realtà).

E dunque vanno compresi solo avviando con l'adolescente (e con la sua famiglia) una relazione affettiva significativa. C'è anche bisogno di medici e psicoterapeuti allenati a lavorare insieme per fronteggiare i disturbi e i loro complessi e molteplici significati. Bisogna perciò fare attenzione agli “esperti”, propagandati ormai persino dalle vetrine dei negozi, che promettono, magari insieme a diete mirabolanti, una cura efficace.
Alla base dei disturbi vi è, generalmente, una particolare costellazione familiare. Innanzitutto, una donna che rimane intrappolata nella relazione simbiotica con la figlia e deve rassicurarsi mantenendo un ruolo concretamente nutritivo di essere una brava madre. I bisogni di questa madre che non si sente completa senza un bambino da nutrire, una sorta di protesi del proprio sé vacillante, vengono involontariamente anteposti a quelli dei figli, che sono trattenuti ad uno stadio infantile ed immaturo del rapporto e del loro percorso evolutivo. Le figlie, in particolare, non sviluppano risorse sufficienti per gestire i conflitti in modo autonomo, né maturano una buona autostima e quindi, una volta diventate adolescenti e sotto la pressione di un corpo che cambia tendono a coinvolgere e controllare l'ambiente familiare attraverso il loro disagio.

Tuttavia, la madre non riesce a staccarsi e a differenziarsi dalla figlia anche perché il padre è assente, troppo impegnato nelle sue attività per poter funzionare, sia per la moglie che per la figlia, come figura terza, alternativa e mediatrice rispetto al rapporto a due. Il padre, cioè, non riesce a funzionare come partner presso cui rifugiarsi quando il rapporto con l'altra è troppo invischiato e conflittuale. Inoltre, nella nostra società l'ideale della magrezza, diffuso ossessivamente dai mass media, insieme all'esortazione a mangiare e consumare di più per riempire la solitudine, contribuisce a sostenere culturalmente la strutturazione dei disturbi. Le insegnanti della scuola elementare ci riferiscono che le bambine già a sette od otto anni sono preoccupate del proprio peso e si confrontano in modo ansioso con le coetanee.
Insomma, l'aumento di questi disturbi ci induce a riflettere sul nostro modello di vita e sul bisogno di introdurre dei cambiamenti.

Emilio Masina

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