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Il salto nel vuoto

 

Gli adolescenti lo chiamano “il salto nel vuoto” ma non è quello che si fa dal ponte con l’elastico, o la discesa con gli sci dal picco di una montagna.
Viene così definito il buttarsi a fare l’amore con un ragazzo/a, appena conosciuto ma che fa già battere il cuore. Il periodo di incertezza in cui si è attratti dall’altro ma non si sa ancora perché si è coinvolti e fino a che punto bisogna sbilanciarsi, ma anche se, e quando, si sarà ricambiati, è considerato insopportabile e da ridurre al minimo. L’adulto, sconsolato, si chiede: dove è’ finito l’amore romantico che io ho conosciuto? E ricorda, con un po’ di rimpianto (una rimembranza, probabilmente, riveduta e corretta dal passare del tempo), quel desiderio struggente dell’altro che proprio dalla difficoltà dell’appagamento immediato traeva lo stimolo per definirsi e rafforzarsi; in un dialogo costante, e il più delle volte immaginario, fra i propri desideri e fantasie e quelli, presunti, dell’interlocutore. Un sentimento, un complesso di sentimenti, dolce e terribile insieme, al punto da essere definito dalla letteratura di genere con l’ossimoro “pene d’amore”. Questo sentimento, ai nostri giorni, sembra sopraffatto dalla concretezza del corpo e della realtà.
Non è, però, svanito nel nulla. In terapia, gli adolescenti ne parlano ma lo vedono più come un incubo che come una potenzialità. Patire, macerarsi nel dubbio, dicono, non ha alcun senso: meglio verificare, con il conforto dell’immediatezza dei sensi, se quello che si immagina è condiviso dall’altro. Buttare il cuore, e il corpo, oltre l’ostacolo – pensano – può servire a vincere le paure, a sbloccare situazioni che sembrano troppo complicate da affrontare. Come quando si beve un super alcolico per essere meno inibiti. Se l’adolescente, come sappiamo, tende fisiologicamente ad agire piuttosto che a pensare, spetta all’adulto competente offrire una sponda per pensare pensieri difficili e, alle volte, aiutare a raccogliere i cocci di un volo fatto senza paracadute.

Emilio Masina

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