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Okkupazione

Il folto gruppo dei genitori davanti al prestigioso liceo romano era preda di un’intensa agitazione. La campanella che segnava l’entrata dei ragazzi era suonata da un pezzo ma mamme e papà (questi ultimi in numero, a dire la verità, piuttosto ridotto) stazionava ancora sul largo marciapiedi commentando le recenti agitazioni degli studenti che contestavano il ddl Aprea di riforma della scuola.

“Speriamo che l’istituto non venga occupato, perché i nostri figli perderanno molte lezioni!” disse una madre. “Ormai l’occupazione è diventata un rito stanco, senza più alcun significato se non quello di fare un po’ di casino” disse un’ altra. “Fare casino e saltare interrogazioni e verifiche!” rincarò una signora segaligna e allampanata. “Io - affermò la madre di una ‘quartina’ - se occupano mia figlia non la faccio uscire di casa; perché poi quella si lascia coinvolgere da questi comunisti, ingenua com’è, e magari vuole dormire a scuola, dove non si sa cosa possa succedere!”. Un padre dall’aria marziale, con una voce grave, ricordò che l’anno precedente, durante l’occupazione, erano entrati nella scuola molti esterni e c’erano stati diversi danni. Timidamente, un signore anziano, probabilmente un nonno, ricordò che però i ragazzi avevano fatto una colletta per ripagarli. “Non importa! E’ stato commesso un atto illegale e di questo passo dove si andrà a finire! - aveva ribattuto sdegnato l’altro – il preside avrebbe dovuto far intervenire i carabinieri e salvaguardare il diritto allo studio”. Da che mondo è mondo ai ragazzi veniva lasciato lo spazio per incanalare la loro fisiologica irruenza in iniziative di critica costruttiva alla società dei “grandi”. Si sapeva che erano scomode e un po’ rischiose ma che servivano a crescere, a coinvolgersi nei fatti della realtà, a misurare le proprie forze, a uscire dalla passività distruttiva. Ma quei campioni della buona borghesia cittadina sembravano tutti d’accordo nel diffidare delle iniziative dei ragazzi e più un genitore parlava più un altro ne rafforzava il concetto. Eppure il gruppo, più che discutere, sembrava cercare rassicurazione di fronte alla sensazione che il controllo dei figli stesse loro sfuggendo di mano: non erano più i bambini ubbidienti del passato e con la frequenza scolastica erano esposti, irrimediabilmente, al contagio delle cattive compagnie. Nessuno entrava nel merito delle motivazioni dei ragazzi e di quello che stava succedendo nel Paese: lo smantellamento degli organi collegiali e della democrazia nelle scuole per favorire gli interessi dei finanziatori privati, i fondi per l’insegnamento e per l’edilizia scolastica ridotti all’osso, ma pressoché inalterati gli stanziamenti militari (anzi, appena disposto l’acquisto di 375 costosissimi cacciabombardieri), corruzione e illegalità dilaganti. Se gli studenti avessero ascoltato avrebbero potuto avere conferma delle loro supposizioni: il mondo degli adulti sembrava incapace di ascoltare le loro ragioni, il loro desiderio di capire, di soggettivarsi, di prendere in mano, almeno un po’, il loro futuro. Erano ragazzi che studiavano sodo ma che cominciavano ad aprire gli occhi sulla realtà, di cui nessuno, anche in quella rinomata scuola pubblica, parlava mai. Il giorno seguente gli studenti volevano occupare perché il preside si era rifiutato di mediare e aveva negato la richiesta di una settimana di autogestione, cioè la sostituzione della didattica tradizionale con una serie di dibattiti e lezioni alternative, più legate alla realtà contemporanea, organizzate dai ragazzi con l’aiuto di una serie di personalità della società civile. Ma, evidentemente, qualcosa era trapelato, perché i giovani avevano trovato le porte delle aule sbarrate dai lucchetti e un cordone di professori che impediva di salire ai piani superiori. “Adesso i professori si sono messi a fare i celerini” disse Flavia, indignata, all’amica che aveva accanto. “Ma come! Il mese scorso, quando sembrava che il governo aumentasse le loro ore di presenza a scuola, si sono sfogati con noi, ci hanno detto che non avrebbero più fatto lezione per mesi e ora che protestiamo noi ce lo vogliono impedire?” sbraitò Marco, che aveva sperato in una collaborazione dei ‘grandi’. I ragazzi si erano seduti nel corridoio angusto ma poi qualcuno aveva individuato una porta aperta ed erano usciti nel più capiente cortile per dare vita ad un’assemblea. Che fare? Quale forma di lotta avrebbe potuto essere più produttiva? L’assemblea era stata partecipata, forse perché quel comportamento ostile degli adulti aveva avuto l’effetto di compattare il gruppo e motivare gli indecisi. Alla fine vi era stata la divisione in due partiti: una parte degli studenti avrebbe occupato, mentre altri avrebbero dato vita a rapidi flash mob nelle piazze cittadine, cercando di attirare l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica. Erano usciti tutti insieme dal cortile perché i professori non potessero distinguere chi era dell’uno e chi dell’altro schieramento e poi…al lavoro. Si erano divisi i compiti per i giorni seguenti. E le iniziative avevano avuto successo. I quartini, alla loro prima esperienza, si erano entusiasmati, vi era stato un rigido servizio d’ordine che aveva garantito pulizia e sorveglianza della scuola, i giornali avevano riportato le loro ragioni. Ma poi, alla ripresa delle lezioni, una doccia fredda: i professori, incattiviti per il tempo perso all’avvicinarsi della conclusione del primo quadrimestre, avevano cominciato ad interrogare a raffica e ad impartire voti negativi, anche a chi era preparato. I ragazzi erano delusi e depressi. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, però, fu all’arrivo delle pagelle. Come ritorsione per l’occupazione il consiglio dei docenti aveva deciso di impartire ai ragazzi più attivi, quelli che erano stati visti dall’uno o dall’altro dei professori, il sette in condotta. E così, ancora una volta, il più forte, il più insensibile, il più incongruo aveva dettato la sua legge. “La prossima volta sarà diverso!” - disse Lorenzo - “non ci faremo infinocchiare, se vogliono la guerra l’avranno!”.

Emilio Masina

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