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Siamo andati a..

Si è tenuto a Roma  presso il Centro psicoanalitico di Roma una giornata di studio sul tema "Soggettivazione e cura in adolescenza", vi hanno partecipato alcuni fra gli psicoanalisti esperti della adolescenza, in particolare i colleghi dell'ARPAd Giovanna Montinari, Gianluigi Monniello , Piergiorgio Laniso e Paola Catarci. La partecipazione di Laura  Ambrosiamo, del Centro Milanese, ha arricchito il dibattito allargandolo ai temi metapsicologici della psicoanalisi.
Molti sono stati i colleghi della cooperativa e dell'ARPAd che hanno partecipato a questo momento di scambio, ci sembra importante testimoniare in generale l'esserci stati e l'aver offerto le loro riflessioni e impressioni, per questo pubblichiamo i loro pensieri.

Perché ANDARE AD UN CONVEGNO DI SABATO – OVVERO perché SCEGLIERE UNA FORMAZIONE PSICOANALITICA.

Entrare nella sede romana della Spi (Società Psicoanalitica Italiana) fa sempre un certo effetto. In quelle stanze con i soffitti alti ti pare di stare quasi all’aperto e al tempo stesso ti senti dentro un’istituzione forte, con mura spesse e robuste. Poi, a quello strano effetto, si aggiunge ancora un’emozione, anch’essa non ben definita: vedi i “tuoi” adulti camminare per quelle stanze, sedere sulle sedie di pelle rossa e legno scuro, pensando che per loro quelle stanze hanno o avranno avuto probabilmente lo stesso odore che ha per te la tua istituzione, in cui hai deciso di crescere e formarti. Insomma, senti, solo per un attimo, come se ci fosse un sentimento comune, di crescita continua, in loro come in te. Ti senti meno sola e in un certo senso relativizzi tutta la fatica e tutta la passione.

Il convegno di sabato 24 gennaio s’iscrive così in questa tipologia di giornate: eccezionali, in tutti i sensi. Prima di tutto perché quel sentimento di condivisione spesso non lo senti così a pelle, ci vuole un’occasione un po’ diversa per sentirlo e per godertelo. Eccezionale, poi, perché è come se più che in altri momenti e in altri posti, lì sentissi che c’è un dialogo tra le generazioni. C’è una storia. Eccezionale, perché è sabato e perché prima di iscriverti hai pensato “beh certo, però mi piacerebbe anche avere tempo per leggermi qualche buon libro di letteratura…ce ne ho uno sul comodino che ha sopra la copertina un dito di polvere”, poi pensi “c’è sempre tempo per leggere” e ti iscrivi. Eccezionale, in ultimo, perché in un certo senso c’era un’armonia: il titolo del convegno è “Cura e soggettivazione in adolescenza”. La soggettivazione come processo che ti fa sentire al tempo stesso la potenza della tua singolarità, del tuo personalissimo modo di “funzionare” (nelle tue aperture e chiusure, nel tuo modo di amare e di odiare), di questa scoperta sorprendente, difficile e infinita e il continuo tuo bisogno di confrontarti con l’altro.

In questa cornice si iscrivono gli interventi proficui e interessanti. La mattina si apre con una breve e incisiva introduzione a cura di Ludovica Grassi, in cui da subito, viene posto in rilievo il potere e la funzione dell’adolescenza: sia perturbante, sia organizzatrice. A seguire il contributo di Giovanna Montinari, il cui perno della discussione è il movimento provocatorio che l’adolescente pone nella mente (e spesso non solo) dell’adulto: provocare, come atto di sfida ma anche come atto di richiamo della funzione adulta e la risposta degli adulti a ciò. L’adolescenza provoca/produce movimenti, cambiamenti. L’adolescenza, quindi, non è una fase della vita che si apre e si chiude, circoscritta in un’età definita; ma è un modo di funzionare, di giocare continuamente, legando, slegando e rilegando i personaggi della propria intima e interna vita. L’intervento successivo di Daniela Lucarelli, in questo senso, aumenta la portata proprio della questione temporale in e dell’adolescenza: come dicevamo, adolescenza come organizzatore, che chiede al soggetto di tessere in egual misura sensualità e tenerezza, usando un ago la cui potenzialità aggressiva è quanto mai presente. Il tempo, in adolescenza, è una variabile quanto mai variabile: esso viene scoperto dall’adolescente; non c’è più l’infinito tempo dell’infanzia, c’è il tempo del tutto-e-subito e/o il tempo del domani degli adulti, c’è il proprio tempo da scoprire e costruire; i alcuni casi, quelli che forse conosciamo meglio, c’è anche il tempo della cura.

Poi, nella mattina, c’è il coffee break. Necessario. Sorvolabile? No. Perché mentre bevi il tuo caffè, guardi una parete in cui in sequenza puoi vedere tutti i presidenti della Società Psicoanalitica Italiana. Ti fermi a guardarli, senza sapere bene perché sei così attratto da questa storia impressa sulle mura di questo edificio. Ti senti, seppure giovane, parte di questa storia, anche solo perché sei li e la guardi, la ascolti, la annusi. Quasi vorresti fermare qualcuno di quelli che cammina in quelle stanze da più tempo e chiedergli di raccontarti di questa parete, di rendere viva e incarnata quella serie di foto che rimangono ferme nel tempo.

Torni al tuo posto, un po’ trasognante. Ora c’è Laura Ambrosiano. Cita Bollas, ripenso non tanto a “L’ombra dell’oggetto”, quanto a “Ho udito le sirene cantare”. Parla di come trasformare lo stallo in sosta, della necessità di farsi attraversare da percezioni, prima che da emozioni e parole, per capire insieme all’altro, dell’altro.

Al ritorno dalla pausa pranzo, ti fermi a guardare i libri in vendita. Li vorresti tutti. Pensi “quasi quasi mi metto a fare questo lavoro, quello di vendere libri, questi libri”. Ne selezioni uno, a fatica. Mentre fai la fila al bagno, spii la bacheca di fronte. Seminari, libri, docenti.

Torni al tuo posto. Il pomeriggio c’è la tavola rotonda, intitolata “La posizione dell’analista nella terapia con l’adolescente”. Speri che quel docente legga qualcosa di suo. Non lo fa. Ci rimani un po’ delusa, ti dici che la prossima volta devi leggere meglio la locandina. Poi ti accorgi che anche sapere che la sua mente è lì, al lavoro, ti basta. In fondo è una delle cose più importanti che ti ha insegnato: sapere che di fronte, l’altro, pensa con te.

Vari interventi, poco, a dire la verità, il tempo. Giuseppe Saraò parla della terapia dell’adolescente nelle istituzioni, sottolineandone l’approccio necessariamente gruppale della mente dell’analista a lavoro. Gabriela Tavazza parla dell’importanza della famiglia nella terapia dell’adolescente. Clelia De Vita illustra clinicamente il suo lavoro. Paola Catarci sottolinea l’importanza di pensare ai genitori nella cura dell’adolescente come una necessità, proponendo loro uno spazio separato, proprio in virtù della separatezza che l’adolescente impone con la rottura del patto narcisistico ed etico tra sé e gli adulti: quindi separazione come strumento da acchiappare e da lavorare, in un contesto di cura che accolga i bisogni e gli elementi inconsci in gioco di tutti. Pier Giorgio Laniso espone un lavoro clinico sul sogno in adolescenza, sulla qualità trasformativa del lavoro del sogno nella relazione analitica.

Interventi, pure interessanti, della sala. Fine. Giornata intensa, vari pensieri residui. Pensi che alcuni di loro sono stati, e per questo saranno sempre, tuoi docenti. Docente, dal latino docere: “far sapere”. Fare sapere. Pensi al tuo istituto di formazione. Pensi alla strada che ti ha portato lì e a quella che intravedi. Pensi ad un docente seduto comodo, al telefono fisso, che ragiona con te, che ti “fa” il suo “sapere”, che aspetta, pazientemente, che tu ne faccia qualcosa, di tuo. Eredità e trasformazione. Soggettivazione.

Pensi a Pavese. Appena hai il libro sotto mano, cerchi quel passo:

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto. Uno gira per mare e per terra, come i giovanotti dei miei tempi andavano sulle feste dei paesi intorno, e ballavano, bevevano, si picchiavano, portavano a casa la bandiera e i pugni rotti. (…) Che cosa vuol dire? Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. (…) Queste cose si capiscono con il tempo e con l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?

Arrivi a casa a pomeriggio inoltrato e hai ancora delle cose da fare, vorresti riposare. Pensi, intanto, che il tuo percorso di vita è fatto di questo continuo tuo divenire e cercare, questo continuo legare. Solo così, puoi cercare davvero di aiutare chi ne ha bisogno. Per riposare, “il giusto, non troppo” (sempre per citare un docente) si trova sempre il tempo. Poi domani è domenica.        

Diana Burratti

 

 

Pensieri sulla giornata SPI “Soggettivazione e cura in adolescenza”, 24 gennaio 2015.

L’apertura al tempo dell’adolescenza da parte degli psicoanalisti SPI sembra coincidere con l’attuale crisi di tempo nella società moderna, caratterizzata da quella “apologia della rapidità” (M. Recalcati, 2007, pg.83)  in cui tutto è più veloce anche nella modalità di relazionarsi, di guarire, di vivere.
Evocativo è  il concetto di “caos temporale” di Algini (1990) ripreso da Lucarelli, perché rimanda all’esigenza dell’adolescente di riproporre una crisi all’interno del tempo e dello spazio terapeutico, attraverso richieste di spostamento di orario, salti di sedute e chiusure anticipate.
Anche la crisi di questo secolo può indurci a ripensare i tempi e gli spazi di terapia, tenendo conto dell’importanza di fermarsi a riflettere e della vitalità di apprendere dall’esperienza (Bion, 1972).
Non a caso noi terapeuti di adolescenti ci troviamo sempre più  a confronto  da una parte con patologie dell’agito sulla scia della velocità e dall’altra, con patologie di ritiro dall’esperienza di vita reale  (hikikomori) sulla scia di uno stallo senza tempo.
In tale contesto, il processo di soggettivazione che può aprirsi in adolescenza sembra proporre una battuta di arresto, una crisi appunto.

Montinari ha evidenziato che mentre il bambino può vivere esperienze senza trarne un significato soggettivo, in adolescenza  “l’esperienza si carica di senso e come tale dovrà essere integrata nel Sé”.
Con l’irruzione del pubertario il tempo dell’infanzia, più lento e lineare, sembra assumere nuove coloriture, creando una discontinuità dell’essere.
Così l’adolescenza da Cenerentola della psicoanalisi, si propone, oggi forse più che in passato,  come tempo ri-organizzatore del Sé, che prescinde dall’età del soggetto e che consente di riaprire l’accesso al cambiamento attraverso una sospensione temporanea dell’esperienza.
Sospensione possibile e auspicabile ad ogni età, come ci è sembrato che tutte le relazioni abbiano ben sottolineato nella giornata intitolata “Soggettivazione e cura in adolescenza”, rappresentata dal dipinto di Chagall (Circo Vollard, 1930), commentato così da Ludovica  Grassi: “la figura della giovane acrobata esprime lo stato di sospensione e sbilanciamento dell’adolescente, sempre a rischio di cadute o crolli pericolosi, ma anche l’aspetto transizionale di poter giocare con le proprie risorse, legami, e con il futuro”.
Quindi, sembra trattarsi di uno stato di sospensione non solipsistico ma immerso in un tessuto sociale, in cui è fondamentale per l’adolescente giocare le proprie risorse attraverso i legami con gli adulti di riferimento, in primo luogo i genitori, intesi come una risorsa primaria che permette di proiettarsi nel futuro. L’adolescente che non ha fiducia nel mondo adulto non riesce ad accedere a tale dimensione futuristica e la “noia”  da tempo di attesa dell’ignoto può  sfociare in stallo.
Pertanto diventa un’opportunità unica per noi psicoanalisti poter accogliere in uno spazio altro, diverso da quello dell’adolescente, la coppia genitoriale, oggi ancora più fragile perché immersa in una crisi di senso nella quale è necessaria una consapevolezza alternativa, cioè meno colpevolizzante e più aperta alle coloriture di molteplici significanti.
Così, possiamo rappresentarci il lavoro in setting differenti come guardare in un caleidoscopio: si creano immagini nuove per l’adolescente e per i genitori.

Dott.ssa Mariangela Bezzi e Dott.ssa Santa Pozzoli

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