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ALICE NEL FESTIVAL DELLE MERAVIGLIE

Alice, 9 anni.

Bionda, sguardo profondo, quasi irriverente. Al collo, come fosse un collare, un piccolo portafogli, custode di alcune foto.

Philippe, 31 anni, giornalista. Nella sua borsa foto del suo lungo viaggio in America. Dovrebbe scrivere un articolo che racconti dei paesaggi americani, ma non trova le parole. A lui bastano le immagini.

L’incontro tra i due avviene in aeroporto. Sconosciuti, eppure legati da una profonda condizione dell’anima: sono persi, abbandonati alla vita. Lui con un lavoro non concluso e una crisi esistenziale, lei abbandonata dalla madre. Partono insieme, queste due anime che riescono a parlarsi veramente solo attraverso figurazioni. È infatti attraverso una foto che il loro viaggio inizia: sono alla ricerca della nonna di Alice e la foto immortala la sua casa in Germania.

È il viaggio regressivo della memoria che serve a legare le immagini e i contenuti slegati da una perdita profonda, interna al fine ultimo di ritrovarsi e raccontarsi.

Questo è “Alice nelle città”, film del 1974 del regista Wim Wenders.

Per i nostri ragazzi, invece, “Alice nella città” è una dieci giorni festivaliera. All’interno del grande contenitore del “Festival Internazionale del film di Roma”, la sezione omonima al film di Wenders prevede la presenza di due gruppi di giurati speciali: sono ragazzi che vanno dagli 8 ai 13 anni e dai 14 ai 18. Hanno il compito di visionare 7-8 proiezioni in concorso per scegliere il film vincitore del Marc’Aurelio che riceverà un premio in denaro.

A sostenere i ragazzi il gruppo degli operatori, formato secondo un duplice criterio: i “Tutor”, aventi una formazione specifica nel campo del cinema e dello spettacolo e gli “Psicotutor”, psicologi afferenti alla Cooperativa Rifornimento in volo, con competenze specifiche nell’ambito della psicologia dell’adolescenza.

L’obiettivo della nostra funzione da psicotutor è stato quindi quello di coadiuvare i ragazzi in una riflessione condivisa delle tematiche trattate dai film in concorso, osservare le dinamiche spontanee del gruppo, cercando di orientarle allo svolgimento di un compito prestigioso: essere “giurati”.

Dal punto di vista organizzativo il gruppo di cui abbiamo fatto parte ha vissuto per nove giorni in un residence nei pressi dell’Auditorium di Roma, lontano dagli impegni e dalle relazioni abituali, per poter immergersi totalmente nel mondo delle immagini cinematografiche e degli affetti da esse evocati: estranei tra loro, si sono così ritrovati a convivere giorno e notte accomunati dal ruolo di giurati.

L’acquisizione del ruolo di giudice e con esso l’acquisizione di una nuova identità, seppur provvisoria, sembra aver rappresentato nei gruppi un collante immediato tra i ragazzi, i quali da subito hanno interagito come se si conoscessero da tempo. Ognuno di loro, ricoprendo il ruolo di «giurato» si è sentito investito di compiti e responsabilità, così che per un preciso periodo di tempo, parte della loro identità ha potuto essere diffusa e condivisa con tutti gli altri. Per nove giorni uscire dal proprio contesto e dalle proprie attività quotidiane è stato come smettere i panni abituali per vestirne altri, attingere dallo stesso armadio e scegliere lo stesso abito; nel seguirli in questa avventura noi adulti abbiamo cercato di aiutarli ad indossare i nuovi panni nella maniera più comoda possibile, adattandoli alla loro personalità.

Da uno sguardo d’insieme e paragonando le dinamiche dei due gruppi è interessante  notare le differenti reazioni alle “regole” prestabilite da questa esperienza. La prima regola, e forse la più difficile da sostenere per il gruppo dei “piccoli”, è stata quella di staccarsi per dieci giorni da casa, passando anche la notte lontani dagli affetti. L’accompagnamento all’addormentamento, attraverso la ninna-nanna dello psico-tutor, diventava, per alcuni di loro, l’unico contatto con la dimensione materno-domestica che gli permettesse di attraversare e sostenere i fantasmi separativi evocati dalla lontananza da casa.

Nel gruppo dei grandi invece, dove l’adolescenza è nella sua fase più fiorente, la notte viene considerata come la parte della giornata dove si iniziano a sperimentare i fantasmi della sessualità e dello stare insieme.

Una seconda regola è stata quella dello stare attenti al pass. Tutti i ragazzi nel momento in cui sono arrivati al Festival sono stati corredati di una borsa, con dentro tutto l’occorrente per essere uno scrupoloso giurato, e di un pass per entrare nelle aree riservate dove hanno accesso solo le delegazioni dei film e le giurie.

Anche rispetto a questo accessorio, i due gruppi si sono comportati in maniere differenti. Se per i “piccoli” l’avere il pass viene considerato come un segno per distinguersi dalla massa, come qualcosa per uscire dall’anonimato della preadolescenza che si affaccia al processo adolescenziale vero e proprio; per i “grandi” l’avere il pass invece acquista, estremizzando, quasi un senso identitario: diventare qualcun’altro, un privilegiato, nella più autentica ricerca di nuovi ruoli che appartiene al processo evolutivo dell’adolescenza. Il passaggio sul red carpet, permesso solo con il pass, quindi, si faceva pieno di fantasie grandiose. L’aver accesso ad una zona vietata, all’interno della quale solo agli adulti di un certo successo è permesso entrare, sembra poter rappresentare per i ragazzi la sperimentazione di quel trionfo narcisistico a cui l’adolescenza sembra costantemente tendere. 

Se fino a questo punto abbiamo messo in luce le differernze, ora passiamo ad evidenziare quanto i due gruppi si siano incontrati nel porsi una questione fondamentale in relazione al loro ruolo: “decido in base al sentimento che il film mi suscita oppure valuto come il film è stato girato, quindi prestando attenzione alla fotografia, alla sceneggiatura e al carattere dei personaggi; insomma, entro nel film facendomi travolgere oppure mi metto fuori giudicando freddamente?”. 

In relazione a questo la funzione dello psicotutor è quella di mediare tra queste due istanze e rendere possibile un’integrazione tra dato affettivo e dato tecnico, entrambi richiesti nella valutazione dei film in concorso.

Osservare come i ragazzi hanno utilizzato i film, come li hanno analizzati, interpretati, giudicati, fino ad arrivare a scegliere quasi all’unanimità quello che li potesse maggiormente rappresentare, ci ha aiutato a comprendere meglio quanto in adolescenza sia necessario avere degli oggetti esterni da investire e da cui essere aiutati nel proprio percorso creativo e di costruzione di sé (Jeammet, 1992).

E se l’adolescente è sempre impegnato nella costruzione della rappresentazione di sé, delle proprie trasformazioni ed “è portato a investire tutto ciò che gli permette di elaborare e definire la sua identità ancora sospesa” (Gutton 2009), dibattere appassionatamente sui film ha potuto significare per i ragazzi l’accedere ad una rappresentazione di ciò che sentivano accadere dentro loro.

A questo punto, lasciamo la parola ai ragazzi e al loro mondo interno proiettato nella scelta dei film vincitori, di cui riportiamo le trame.

 

Manuela, 9 anni.

(“En el nombre de la hija”, 2011

Film vincitore nella categoria “Alice nella città” 8-13 anni) .

Estate 1976. Ecuador. Insieme al fratellino Camilo, Manuela trascorre l’estate a casa della nonna materna. I genitori stanno partecipando alla rivoluzione ecuadoregna, lasciando così i due figli alle cure dei nonni. Manuela, sguardo energico e battagliero, si trova a combattere contro le credenze religiose della famiglia materna. Il terreno di scontro è il suo nome: la nonna la vorrebbe battezzare con il nome (Dolores) che tutte le figlie femmine portano da generazioni nella sua famiglia. Lei, invece, fiera di portare il nome di suo padre (Manuel), non sente ragioni. Ma Manuela, adultomorfa e appiattita sulle convinzioni dei suoi genitori, si scontrerà con una terza realtà, misteriosa e in grado di mettere in discussione tutte le sue certezze. È l’incontro con lo zio Felipe, nascosto dalla famiglia in una cantina segreta. Ex medico, dall’aspetto scheletrico e inquietante, folle, le farà scoprire un nuovo mondo. Manuela vede cadere tutte le sue convinzioni alla domanda dello zio: “qual è il tuo nome?”. La ragazza scopre di non identificarsi né col nome paterno, né con quello materno. Le si apre così una nuova sfida che ha tutto il sapore di una vera e propria crisi: qual è il mio vero nome? chi sono?

Il segreto della sua identità sarà conservato in uno scrigno sigillato regalatole dallo zio. Manuela, confusa nel gioco di proiezioni paterne e materne lo aprirà, tirandolo contro il muro. Lì troverà il suo vero essere: uno specchio frantumato in tanti piccoli pezzi e il sangue che fuoriesce dalla ferita sul suo dito. Sul diario non scriverà più nessun nome, ma segnerà la sua identità col suo sangue. Traccia rossa che simboleggia l’impossibilità attuale di descriversi, l’incapacità di raccontarsi, di “non poter costringere il pensiero alle parole”. Allo stesso tempo segnerà l’inizio del suo percorso verso la soggettivazione,  verso la costruzione del suo modo di essere, con tutto l’alone di dubbio e incertezza che esso comporta.

Questa sarà un’altra sfida che Manuela si troverà ad affrontare che è quella del funzionamento preconscio: trovare parole, rappresentazioni che uniscano questi contenuti profondi, attualmente indicibili, a parole e simboli che diano significato.

 

Chook, 10 anni

(Last ride, 2009

Film vincitore nella categoria “Alice nella città” 14-18 anni).

La storia narra del difficile rapporto tra un padre e un figlio, i quali, nell‘intraprendere un ultimo viaggio insieme, riscoprono la loro relazione in tutte le sue sfaccettature anche quella più conflittuale e violenta. La storia sembra essere molto lontana dalla possibilità di essere esperita realmente per la qualità estremamente tragica del rapporto  e del suo epilogo, e forse proprio per questo ha offerto una rappresentazione altamente simbolica della violenza e dell’ambivalenza del rapporto padre-figlio, offrendo così quella necessaria distanza per poter differenziarsi e pensare. Ciò che è stato premiato è la rappresentazione di un viaggio inteso come processo di crescita e separazione che porta il ragazzo protagonista a liberarsi del padre,  ma con la speranza di riuscire da solo nella prosecuzione del suo viaggio personale e individuale, facendo proprio (identificazione secondaria) tutto ciò che il padre è riuscito ad insegnargli. Sembra aver vinto, quindi, la capacità di rappresentare e simbolizzare il viaggio adolescenziale in tutte le sue articolazioni, anche quelle più aggressive. In altre parole, la storia premiata è quella che meglio è riuscita a rappresentare il mondo degli adolescenti e il loro viaggio in compagnia di un adulto più o meno competente verso la propria vita da adulti. Cosa avrebbe potuto rappresentare meglio l’adolescenza se non un percorso a ostacoli che possa rendere possibile lo svincolo dagli oggetti genitoriali interni e dalla rappresentazione infantile di sé?

Nell’ultima immagine del film, il protagonista deve attraversare un lago per salvarsi e fa il morto a galla, come gli ha insegnato il padre. Egli non è riuscito ad insegnargli a nuotare ma a come non andare a fondo sì. A nuotare il ragazzo imparerà da solo.

Quando proprio tutto va male e non sai come uscirne, mettiti sulla schiena e galleggia”.

Questa frase, può essere considerata l’emblema delle difficoltà evolutive da affrontare in adolescenza: provare a nuotare sapendo che quando proprio nuotare è ancora troppo difficile si può anche solo galleggiare e aspettare. Una metafora, questa, della difficoltà dell’adolescente di immergersi nel profondo quando ancora le esperienze maturative sono ancora tutte da vivere, quando ancora galleggiare è già un grande obiettivo (Gutton, 2009).

Utilizzando la metafora dell’adolescente come artista a lavoro (Gutton, 2009), anche noi come loro ci siamo ritrovati a “giocare” diverse parti di noi stessi: da una parte sentivamo sempre a lavoro l’attenzione alla nostra professionalità in divenire, l’”occhio clinico” di terapeuti in formazione; dall’ altra sentivamo spesso riemergere la nostra adolescenza, non poi così lontana nel tempo.

 Dott.ssa Diana Burratti, Dott. Mario Manilia, Dott.ssa Chiara Porco

Bibliografia

Gutton, P., Il genio adolescente, Magi 2009

Jeammet, P., L’articolazione tra realtà interna e realtà esterna,  in Psicopatologia dell’adolescenza. Borla 1992

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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