Il desiderio di essere capiti. Rotture, mentalizzazione, intersoggettività – Dr. Antonello Colli

Gli incontri del terzo mercoledì del mese 2026: Rotture evolutive - 17 Giugno 2026

Gli incontri del terzo mercoledì del mese 2026: Rotture evolutive

IL DESIDERIO DI ESSERE CAPITI. ROTTURE, MENTALIZZAZIONE, INTERSOGGETTIVITA’ – 17 Giugno 2026

Si è svolto il 17 giugno il secondo appuntamento dedicato al tema della mentalizzazione all’interno del ciclo “Rotture evolutive”. L’incontro, dal titolo “Il desiderio di essere capiti. Rotture, mentalizzazione, intersoggettività” ha visto la partecipazione del Prof. Antonello Colli, Professore ordinario di Psicologia Dinamica presso l’Università di Urbino Carlo Bo e supervisore MBT dell’Anna Freud Center di Londra, introdotto dalla Dott.ssa Maria Chiara Pandolfo.

Una mattinata intensa e ricca di spunti, che ha consentito di approfondire il paradigma della mentalizzazione a partire dalle sue implicazioni più concrete: la relazione terapeutica, il desiderio di essere compresi e le rotture che attraversano inevitabilmente ogni percorso di crescita.

Fin dalle prime battute il relatore propone una riflessione che attraversa trasversalmente gran parte del pensiero contemporaneo: l’essere umano non è soltanto un organismo alla ricerca di sicurezza, piacere o regolazione emotiva, ma è anche profondamente orientato verso la comprensione reciproca.

Riprendendo contributi che spaziano da W. Bion a D. Stern, fino ai più recenti sviluppi della teoria della mentalizzazione, il Prof. Colli ha evidenziato come il bisogno di sentirsi compresi da un’altra mente costituisca una motivazione fondamentale dell’esperienza umana.
Non sempre desideriamo essere rassicurati, consigliati o persino amati; spesso ciò che ricerchiamo è qualcuno capace di cogliere il significato della nostra esperienza. È una questione che emerge con particolare evidenza nel lavoro con gli adolescenti, frequentemente impegnati a denunciare una sensazione di incomprensione anche all’interno di relazioni caratterizzate da affetto e vicinanza. In questo senso, il titolo dell’incontro richiama una dimensione universale che attraversa l’intero ciclo dedicato alle rotture evolutive: il dolore che accompagna quei momenti nei quali viene meno la possibilità di sentirsi riconosciuti da un’altra mente.

A partire da tali considerazioni, il seminario ha approfondito il tema dell’intersoggettività. Riprendendo il pensiero di Daniel Stern, essa è stata descritta come una sorta di sfondo permanente dell’esperienza umana, un’atmosfera relazionale che accompagna ogni incontro significativo, un muscolo sempre presente, anche se non sempre sollecitato. L’essere umano sembra infatti nascere con una predisposizione a condividere stati mentali, emozioni e intenzioni. Gli studi sullo sviluppo precoce mostrano come il bambino, fin dai primi mesi di vita, si aspetti di trovare nell’altro una mente disponibile allo scambio. Le celebri osservazioni sulla Still Face evidenziano proprio questo: basta una breve interruzione della reciprocità perché il bambino mostri immediatamente sorpresa, disorientamento e tentativi di riparazione.

Le rotture relazionali, tuttavia, non rappresentano necessariamente un fallimento. Al contrario, diventano occasioni evolutive quando possono essere riconosciute, comprese e riparate. Sentirsi capiti da un’altra mente significa poter attribuire significato alla propria esperienza e sviluppare fiducia nella possibilità di condividere ciò che accade internamente. A questa condizione si contrappone quella che D. Stern definisce “solitudine cosmica”: l’esperienza di non riuscire a comunicare il proprio mondo interno o di non trovare qualcuno disposto a riceverlo.

All’interno di questa cornice si inserisce il contributo della mentalizzazione, definita come la capacità di interpretare il comportamento proprio e altrui alla luce di stati mentali intenzionali quali desideri, emozioni, convinzioni, bisogni e motivazioni. Si tratta di una funzione complessa e multidimensionale, che richiede la possibilità di oscillare in modo flessibile tra differenti polarità: sé e altro, cognizione e affetto, processi automatici e controllati, mondo interno e segnali esterni.

Il Professore ha mostrato come questa capacità non sia stabile né garantita una volta per tutte. Al contrario, essa tende a diminuire proprio nei momenti di maggiore coinvolgimento emotivo.
Quando il sistema dell’attaccamento si attiva intensamente, la mentalizzazione può andare temporaneamente perduta, lasciando spazio a modalità più rigide e primitive di funzionamento. È una condizione che la clinica incontra frequentemente, soprattutto nel lavoro con giovani pazienti caratterizzati da importanti vulnerabilità relazionali.

Particolarmente interessante è stata la riflessione sui sistemi motivazionali interpersonali. Riprendendo i contributi di Liotti, Lichtenberg e della prospettiva multimotivazionale, Colli ha evidenziato come le relazioni umane siano attraversate da molteplici spinte: attaccamento,
accudimento, cooperazione, ceto sociale, appartenenza e gioco.

La relazione terapeutica stessa può essere vissuta secondo differenti registri motivazionali. Alcuni adolescenti, ad esempio, sembrano leggere il rapporto con il terapeuta prevalentemente in termini gerarchici, trasformando ogni scambio in una questione di rango, competenza o potere. Altri, invece, ricercano soprattutto sicurezza e protezione, mentre altri ancora faticano a tollerare la sollecitazione affettiva implicita
nel legame terapeutico.

Uno dei passaggi più significativi dell’incontro ha riguardato proprio il rapporto tra attaccamento e mentalizzazione. Se da un lato la psicoterapia rappresenta un contesto privilegiato per sviluppare capacità riflessive, dall’altro costituisce inevitabilmente un potente attivatore del sistema di
attaccamento. Proprio quando il paziente avrebbe maggior bisogno di mentalizzare, il livello di attivazione emotiva può diventare tale da comprometterne temporaneamente il funzionamento. Da qui la necessità di costruire un contesto sufficientemente sicuro da consentire il recupero progressivo della capacità di pensare i propri stati mentali.

La riflessione si è poi soffermata sulle cosiddette modalità pre-mentalizzanti, che possono riemergere sotto stress anche nell’adulto. La modalità teleologica, ad esempio, porta a riconoscere l’affettività esclusivamente dietro le azioni concrete, mentre l’equivalenza psichica induce a considerare il proprio stato interno come una rappresentazione fedele della realtà esterna.
All’opposto, esistono forme di pseudomentalizzazione in cui il pensiero appare sofisticato e ricco di spiegazioni, ma risulta scollegato dall’esperienza emotiva autentica. In tutti questi casi, il compito del terapeuta non consiste nel fornire risposte definitive, bensì nel favorire il recupero di una posizione più curiosa, aperta e riflessiva.

Grande attenzione è stata dedicata anche all’assetto del clinico. La mentalizzazione, infatti, non riguarda soltanto il paziente ma coinvolge costantemente il terapeuta, chiamato a monitorare i propri stati mentali, i propri pregiudizi e le proprie tendenze alla certezza. La posizione mentalizzante richiede umiltà, disponibilità all’errore e capacità di sostare nell’incertezza. In questo senso, il modello MBT propone una visione profondamente collaborativa del processo terapeutico, nella quale la comprensione nasce dall’incontro tra due menti impegnate in una comune esplorazione. 

L’incontro si è concluso con una riflessione sul linguaggio della psicoterapia e sulla necessità di trovare modalità comunicative autentiche e accessibili. Comprendere il paziente non basta; è necessario che tale comprensione possa essere trasmessa in modo riconoscibile e utilizzabile. La qualità della risposta terapeutica, la sua capacità di essere contingente, congruente e differenziata, diventa così parte integrante del processo di cura.
Una mattinata ricca e stimolante, che ha consentito di approfondire il contributo della mentalizzazione alla comprensione delle rotture evolutive e dei processi di trasformazione.

Un incontro che ha rilanciato il valore dell’intersoggettività come terreno privilegiato di crescita e cambiamento, ricordandoci come, spesso, il desiderio più profondo che attraversa le relazioni umane non sia semplicemente quello di essere apprezzati, ma quello di sentirsi autenticamente compresi da un’altra mente.

Recensione a cura del Dr. Riccardo Venci, Psicologo e Collaboratore della Cooperativa Rifornimento in volo