La capacità di mentalizzare: un’introduzione al paradigma – Dr.ssa Maria ChiaraPandolfo

Gli incontri del terzo mercoledì del mese 2026: Rotture evolutive - 20 Maggio 2026

Gli incontri del terzo mercoledì del mese 2026: Rotture evolutive

LA CAPACITA’ DI MENTALIZZARE: UN’INTRODUZIONE AL PARADIGMA– 20 Maggio 2026

Il quarto incontro del ciclo “Rotture evolutive”, dal titolo La capacità di mentalizzare: un’introduzione al paradigma, ha trattato il tema della mentalizzazione e delle sue applicazioni cliniche, teoriche ed etiche in adolescenza. La Dott.ssa Maria Chiara Pandolfo¹, introdotta dalla Dott.ssa Savina Cordiale² , ha accompagnato i partecipanti lungo un percorso articolato tra teorie psicoanalitiche e risultati empirici di ricerca.

 All’interno del ciclo complessivo di seminari, la teoria della mentalizzazione rappresenta essa stessa una rottura evolutiva, in cui emergono le posizioni centrali della teoria dell’attaccamento, dell’Infant Research, delle neuroscienze e della tradizione psicoanalitica post-freudiana. Si comprende da subito, quindi, che una rottura (se evolutiva) non è solo inaspettata e disorganizzante, ma porta dentro di sé la possibilità di una riparazione e di un’ulteriore scoperta di senso. Nell’incontro con l’adolescenza, tenere a mente anche questi punti di vista è arricchente e sempre più necessario. 

Fin dall’apertura, il tema della mentalizzazione è stato introdotto non come semplice tecnica, ma come un particolare atteggiamento interno: la capacità di tenere a mente la mente, propria e altrui, cogliendo le intenzioni, gli affetti e le oscillazioni emotive che attraversano la relazione clinica. Una funzione in larga parte preconscia, fragile e continuamente esposta al rischio del fraintendimento, del proprio mondo interno, ma anche di quello dell’altro.
Particolarmente suggestiva è stata l’immagine iniziale proposta durante l’incontro: la Terra, osservata dal lato oscuro della Luna, nelle recenti immagini della missione Artemis II.
Crediamo di conoscere bene la nostra amata terra eppure ci si presenta in foto come un pianeta lontano, parziale, visibile solo in parte, quasi lunare.
Da qui il riferimento a Peter Fonagy, che descrive il cervello come un organo chiuso in uno spazio privo di luce, nella scatola cranica. La mente, in questa prospettiva, resta inevitabilmente opaca: ciò che possiamo fare è costruire ipotesi, immaginare, avvicinarci senza mai possedere completamente il sapere sull’altro o su noi stessi, anche e soprattutto, quando davanti a noi c’è una persona nel pieno della sua crescita e trasformazione.
Grande spazio è stato dedicato agli studi sull’attaccamento e agli esperimenti di Edward Tronick sulla Still Face, che mostrano come le relazioni precoci siano caratterizzate da continui momenti di disallineamento e riparazione.
Le microinterazioni tra caregiver e bambino risultano infatti segnate, per larga parte del tempo, da inevitabili mismatch, momenti in cui non ci si incontra, si perde il contatto, si attraversa una quota di caos relazionale. È però proprio attraverso i processi di riparazione che il bambino costruisce significato e sviluppa progressivamente la capacità di pensare gli stati mentali propri e altrui. Anche nell’incontro tra terapeuta e adolescente, la terapia lavora per dare significato alle incomprensioni, senza lasciarle inascoltate.
La riflessione ha fatto spazio al ruolo centrale della regolazione affettiva e del rispecchiamento emotivo: il caregiver sufficientemente buono non anticipa né invade l’esperienza del bambino, ma la riconosce, la contiene e la restituisce in forma trasformabile.
È in questo luogo intersoggettivo che prende forma il Sé psicologico, attraverso un lento processo di interiorizzazione di significati.

Uno dei punti più interessanti dell’incontro ha riguardato il carattere profondamente integrativo del modello della mentalizzazione, sviluppato da P. Fonagy e J. Bateman. Un approccio che tiene insieme teoria dell’attaccamento, psicoanalisi relazionale, neuroscienze e ricerca empirica, mantenendo però al centro la qualità autentica dello scambio terapeutico.
In questo senso, la mentalizzazione non viene presentata come una teoria chiusa, ma come una bussola clinica utile a orientarsi nella complessità della relazione. Particolare attenzione è stata dedicata alla posizione del terapeuta: un clinico attivo, esplorativo, disposto a riconoscere i propri errori e a interrogarsi continuamente sulle rotture che emergono nella relazione terapeutica.
Un assetto che richiama alcuni temi cari ad Arnaldo Novelletto, fondatore della nostra Scuola di riferimento ARPAd, in particolare l’idea di “equazione personale” e di Sé professionale, ovvero la necessità, per il terapeuta, di mantenere uno sguardo riflessivo anche sul proprio modo di essere nella clinica. L’approccio mentalizzante è stato inoltre presentato come portatore di una forte implicazione etica e politica. La centralità dell’umiltà del terapeuta, il rifiuto di posizioni fondate su un sapere elitario, l’attenzione ai pregiudizi e agli effetti iatrogeni del potere clinico aprono infatti a una concezione collaborativa della cura, fondata su un comune sforzo di comprensione.
Nel corso dell’incontro, sono stati approfonditi anche i diversi assi della mentalizzazione – Sé e Altro, affettivo e cognitivo, automatico e controllato, interno ed esterno – mostrando come ciascun individuo presenti specifiche polarizzazioni e modalità di funzionamento.
La salute mentale, in questa prospettiva, non coincide con un equilibrio statico, ma con la possibilità di muoversi flessibilmente tra differenti modalità di mentalizzazione a seconda dei contesti e dei livelli di attivazione emotiva.

A trent’anni dalla nascita della Cooperativa, il seminario ha rappresentato un’ulteriore occasione per riflettere sul percorso compiuto: un lavoro che, pur ampliando dispositivi, contesti e strumenti operativi, continua a mantenere vivo un atteggiamento di curiosità, apertura e disponibilità al confronto tra modelli differenti. Una mattinata ricca e stimolante, che ha restituito il senso della mentalizzazione non come sapere definitivo sulla mente, ma come pratica continua di osservazione, ascolto e costruzione condivisa di significato. Al di là dei confini tra le generazioni, il dialogo con adolescenti e giovani adulti ci impone sorprese e stupore, non concedendoci la rigidità del pensiero, ma invitandoci all’esplorazione di possibilità di senso nuove e inaspettate.

¹ Neuropsichiatra infantile, Socia ordinaria ARPAd e Responsabile dell’Area Accoglimento e dell’Area di ricerca epidemiologica della Cooperativa Sociale Rifornimento in Volo.                                                                                                                                                           
² Neuropsichiatra, Presidente ARPAd e Supervisore dell’area dei Laboratori della Cooperativa sociale Rifornimento in volo.


Recensione a cura del Dr. Riccardo Venci, Psicologo e Collaboratore della Cooperativa Rifornimento in volo

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